Oggi, 27 gennaio, è il giorno per ricordare.

Parole che solo a pronunciarle mettono i brividi e una cappa di oscuro terrore aleggia nell’aria: olocausto, shoah, deportazione, sterminio, forni crematori, camere a gas……      

Auschwitz.

 Ricordare gli orrori, il dolore, le migliaia di vittime della follia umana, ricordare e vergognarci per averlo permesso, ricordare e promettere che mai più sarà, mai più, mai più!

In questo spazio blog ho deciso di metter da parte per qualche giorno temi leggeri e frivoli e ospitare l’argomento doloroso e sentito che è stato quel periodo tra i più bui della storia dell’umanità.

L’articolo che segue è stato scritto da Mauro. Non aggiungo altro, vi lascio alla lettura.

n.b./ le immagini presenti in questo articolo sono prelevate dal web . 

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 L’oscurità dell’uomo sull’uomo

 

“Mai dimenticherò quella notte, la prima notte nel campo, che ha fatto della mia vita una lunga notte e per sette volte sprangata. 
Mai dimenticherò quel fumo.
Mai dimenticherò i piccoli volti dei bambini di cui avevo visto i corpi trasformarsi in volute di fumo sotto un cielo muto. 
Mai dimenticherò quelle fiamme che consumarono per sempre la mia Fede.
Mai dimenticherò quel silenzio notturno che mi ha tolto per l’eternità il desiderio di vivere.
Mai dimenticherò questi istanti che assassinarono il mio Dio e la mia anima, e i miei sogni, che presero il volto del deserto.
Mai dimenticherò tutto ciò, anche se fossi condannato a vivere quanto Dio stesso. Mai”.

Elie Wiesel

Sono parole queste di Elie Wiesel.

Oggi anziano signore a cui venne dato nel 1986 il premio Nobel per la pace. Elie Wiesel ha vissuto l’orrore e la follia dell’Olocausto. È stato internato a Auschwitz, a Birkenau, a Buna, a Buchenwald. Allora era appena quattordicenne e con la famiglia venne portato via dal suo villaggio, Sighet, in Transilvania. Era il 1944. Visse il ghetto, il viaggio verso il campo di concentramento, senza neppur sapere esattamente cosa fosse Auschwitz. Ma lo capì subito. Diviso dalla madre e dalle sorelle, solo il padre con lui. Vide subito l’orrore più infinito.


“Non lontano da noi delle fiamme salivano da una fossa, delle fiamme gigantesche. Vi si bruciava qualche cosa. Un autocarro si avvicinò e scaricò il suo carico: erano dei bambini. Dei neonati! Sì, l’avevo visto, l’avevo visto con i miei occhi…dei bambini nelle fiamme. C’è dunque da stupirsi se da quel giorno il sonno fuggì i miei occhi?”

 

Il piccolo Elie capì, intuì subito l’orrore. Le tenebre dell’orrore. La notte. La notte che oscurò a lungo l’umanità intera. 

 Sfogliavo solo pochi giorni fa un libro fotografico di Auschwitz. Figure magre con quelle divise a righe. Il vuoto negli occhi. La faccia tirata, quasi senza più emozioni, senza più forza, senza più vita. La privazione del diritto ad essere uomo. Ogni persona, uomo o donna, anziano o giovane, venne privato della sua dignità di essere uomo ancor prima di essere privato della vita. Corpi, appena corpi, che cercavano di sopravvivere, di mangiare quello che trovavano, di risparmiare energie. Come animali. Non più essere umani, svuotati anche delle loro sensazioni, delle loro emozioni, spesso anche della paura tanta era la stanchezza, a volte la voglia di finire tutto, di chiudere gli occhi per sempre di fronte a quell’orrore.

Nessuno, penso, potrà capire mai. Forse a volte ora già si tende a dimenticare, a sottovalutare. A non ricordare più. C’è una frase riportata da Helga Schneider che mi colpì molto, quando cominciai a conoscerla attraverso i suoi libri, una frase che non posso dimenticare.

 

“Perché comprendere è impossibile ma conoscere è necessario”.


AuschwitzBirkenau

 

Comprendere fino in fondo il perché di tutto quell’orrore è troppo difficile, forse davvero impossibile. Il capire tutto quell’odio non verso una sola persona, verso un popolo intero, verso popoli interi, verso tipi di persone, perché a soffrire della follia nazista furono oltre gli ebrei anche gli zingari, anche gli omosessuali, i testimoni di Geova, i disabili mentali e fisici, tutti coloro che non facevano parte della razza ariana. Capire davvero fino in fondo è impossibile. Ma almeno dobbiamo cercare di non dimenticare. Il ricordo è tutto quello che ci resta. Un ricordo già flebile, già soffuso. Ho letto un pensiero di Primo Levi, proprio a proposito di Auschwitz. Diceva come tutto fosse cambiato. Tutto pulito, pitturato, quasi un museo. Che dava ancora, che da ancora, emozioni. Forti. Ma non è più la stessa cosa, così pulito è diverso. Non permette più di ricordare del tutto. Di quello che era allora. Di quello che provò lui, o Eliezer, arrivando in treno, in quei vagoni peggio dei carri bestiame, fin dentro Auschwitz, fin dentro Birkenau. Noi oggi non possiamo davvero capire fino in fondo quell’orrore, non possiamo nemmeno immaginare quanto fosse tutto così orribile, così senza senso. Persone bruciate vive, bambini, donne, neonati. Sevizie di ogni tipi, esperimenti medici. Tutto, di tutto. Un orrore senza fine.


“L’umanità? L’umanità non si interessa a noi. Oggi tutto è permesso, tutto è possibile, anche i forni crematori…”.


Non penso che noi occidentali oggi possiamo davvero capirlo fino in fondo. Sono cose che forse vanno al di là della nostra capacità di capire, della nostra peggior immaginazione. Ma non per questo dobbiamo dimenticare, anzi. Ci rimane quel ricordo, ci deve rimanere. Per permettere che cose simili non accadano più. Flebile speranza. Forse appena una flebile speranza.

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“Foste i nostri liberatori, ma noi sopravvissuti, malati, emaciati, a malapena umani, fummo i vostri maestri. Vi insegnammo a comprendere il regno della notte”.

La notte è il racconto di Elie Wiesel. Ragazzetto ebreo di appena quattordici anni. Un racconto autobiografico, in prima persona. Degli anni più terribili della sua vita. Degli ultimi anni, degli ultimi attimi di vita della sua famiglia, di tante persone del suo villaggio, di tante persone conosciute ad Auschwitz. Abitava a Sighet il piccolo Eliezer. Un piccolo villaggio della Transilvania, a lungo in Romania, annesso poi dall’Ungheria. Furono, almeno per alcuni anni, più fortunati gli ebrei ungheresi rispetto a tutti gli altri che abitavano in Europa. Il governo conservatore, pur alleato alla Germania nazista, dell’ammiraglio Horthy riuscì a preservare gli ebrei, almeno quelli ungheresi, da violenze eccessive, e Horthy arrivò anche a rifiutare una richiesta esplicita di Hitler nell’aprile del 1943 affinché i 750.000 ebrei ungheresi venissero deportati a Auschwitz. Le cose però cambiarono totalmente quando Horthy venne deposto e le truppe tedesche entrarono in Ungheria nel marzo del 1944 per prevenire una possibile resa dell’Ungheria all’Unione Sovietica. E con le truppe tedesche arrivarono le SS, comandate da Adolf Eichmann. Dal maggio del 1944 iniziarono così le deportazioni.


“Stiamo per cominciare il nostro viaggio verso una destinazione ignota. Dio vi benedica tutti e possa aiutarci a sopportare il nostro destino”.


Pochissimi ebrei ungheresi sopravvissero a Auschwitz e a Birkenau e alle marce della morte, le terribili evacuazioni, quasi sempre a piedi, dei campi di concentramento ad est dei confini della Germania di fronte all’avanzata delle truppe sovietiche. Questa è la storia ufficiale, fredda e terribile. Questo è anche il racconto di Elie Wiesel. La storia degli ebrei ungheresi, la storia della sua famiglia, la sua storia. Poco più che un ragazzetto nel 1944 che amava il suo Dio, che amava la sua religione. Che voleva diventare più che un praticante, voleva entrare nella casa degli studi, studiare la Cabala, lo Zohar, i segreti della mistica ebraica. Appena un ragazzo, ma già dedito completamente alla religione, già colmo del suo Dio. Strappato all’improvviso da tutto questo.

Dalla sua famiglia, dai suoi amici, dal suo paese. Le richieste al padre di andar via, quando ancora era possibile, di scappare, l’esperienza del ghetto, quando ancora vi era un barlume di speranza, in fondo il ghetto poteva apparire come un piccolo mondo chiuso, tutto ebreo, che in qualche modo poteva ancora salvarsi, vana speranza. L’esperienza della deportazione, il lungo viaggio in treno, peggio che in carro bestiame. L’esperienza della separazione dalle sorelle, dalla madre, dalla piccola Zipporà. L’esperienza del campo di concentramento. La notte. Infinita, senza senso, senza speranze, così semplicemente opprimente. Una notte senza luce alcuna. Davvero penso che quell’orrore non possa essere capito fino in fondo da chi non lo visse. Per noi oggi certe cose sono incomprensibili, non capibili, al di là penso della nostra comprensione. Al di là del nostro orrore. Un solo giorno in un campo di concentramento è superiore a tutto l’orrore che noi possiamo provare oggi. Davvero penso che sia una cosa non comprensibile appieno da noi oggi.


“Se possiedi una fantasia patologica, puoi forse immaginare tutto questo da solo. Ma, se sei una persona normale, non sarai mai in grado di visualizzare questo orrore nonostante tutto il tuo immaginare”.


Il libro di Elie Wiesel racconta tutto questo, a suo modo. Di sfuggita tutto questo orrore, uno sfondo pesante, opprimente. Ma senza entrare nei particolari, come se, molti anni dopo, fosse per lui ancora impossibile narrare certe cose. Lui racconta tutto questo parlando di sé, di suo padre, delle persone che conosce in questi terribili mesi. Un racconto che indirettamente è di un popolo, un racconto che è soprattutto suo e che diventa così di un popolo, ma vorrei dire di tutti, di tutta l’umanità, perché lui è una persona, un ragazzo normale, con le sue emozioni, i suoi sentimenti, la sua vita davanti ad un orrore così inimmaginabile. Diviso dalla famiglia, appena con il padre. Lui e suo padre, ognuno ancora di salvezza e di speranza per l’altro. In un mondo che li accoglie con una fossa che brucia e con i nazisti che vi scaricano camion di neonati. L’orrore subito, immediatamente, tutto addosso, da lasciare senza respiro, da bruciare il cuore, i pensieri, i sentimenti. Un orrore capace di trasformare le persone, di togliere loro il diritto di essere uomini. Il piano dei nazisti, l’Olocausto, era forse questo. Di annientare fisicamente un popolo intero, ma forse ancora prima di togliere loro il diritto di essere uomini, di togliere loro ogni dignità. Di farli diventare solo corpi, automi che meccanicamente cercavano appena di sopravvivere il più a lungo possibile. Immaginate la situazione, provate ad immaginarla. Circondati dagli orrori, privati di tutto, non solo della libertà, ma ancor prima della dignità, quasi senza cibo. Cosa poteva rimanere di un uomo, se non un corpo che provava a sopravvivere. Uno stomaco che cercava cibo, un po’ di zuppa, un pezzo di pane duro, una buccia di una patata, un filo d’erba. Un corpo freddo, vuoto, senza più cuore, senza più emozioni, un corpo capace di uccidere anche il proprio padre per un pezzo di pane. Anche questo, togliere alle persone la dignità di essere uomini, è un crimine contro l’umanità.


“Avevo smesso di aver paura, e poi una stanchezza disumana mi opprimeva. Gli assenti neanche più sfioravano la nostra memoria. Si parlava ancora di loro, ma non ci si preoccupava del loro destino. Eravamo incapaci di pensare a qualsiasi cosa. I sensi si erano offuscati, tutto sfumava in una specie di nebbia. Non ci si attaccava più a nulla. L’istinto di conservazione, di autodifesa, l’amor proprio: tutto avevamo perduto. In un ultimo momento di lucidità mi sembrò che fossimo delle anime maledettamente erranti nel mondo del nulla, delle anime condannate ad errare attraverso gli spazi fino alla fine delle generazioni, alla ricerca della redenzione, in cerca dell’oblio, senza speranza di trovarlo”.


Potete immaginare parole più terribili?
E poi anche il dramma, così ben evidente in Elie del rapporto con Dio. Il dramma di Giobbe (21:7): perché i reprobi hanno vita lunga, più forza e più vigore. Il dramma del piccolo Elie, ma di ogni ebreo, di ogni persona chiusa in un campo di concentramento.


“Io avevo smesso di pregare. Come capivo Giobbe. Non avevo negato la sua esistenza, ma dubitavo della sua giustizia assoluta. Per la prima volta sentii la rivolta crescere in me. Perché dovevo santificare il suo Nome? L’Eterno, il Signore dell’Universo, l’Eterno Onnipotente taceva: di cosa dovevo ringraziarLo?”.

 

È uno dei fili conduttori del libro questo, insieme al rapporto con il padre. Questi due aspetti rendono così personale, così unico il libro, il racconto di Wiesel. E così tormentato. Uniche ancora di salvezza l’uno per l’altro, Elie si scopre più volte a pensare il padre come un peso, un possibile rischio, un possibile peso per la propria sopravvivenza. Sentendosi sempre immediatamente in colpa. E vedendo tante situazioni simili. Il figlio che ruba il pane al padre, e per farlo lo picchia anche. Quello che fa finta di non riconoscerlo quando sta male nelle marcia della morte. E’ quello che volevano i nazisti, la disumanizzazione della persona. E per Eliezer anche mettere in dubbio la bontà e le azioni del suo Dio. Troppo male, troppo orrore davanti agli occhi. L’impossibilità di capirlo, troppo l’orrore per pensare fosse una prova per l’Uomo. È una rivolta silenziosa, dolorosa per Elie. Lui da sempre così attratto dai misteri più profondi della sua fede e scoprire all’improvviso come Dio non protegga dal male. Non è mettere in dubbio la sua esistenza, non fa questo Elie. Semplicemente non capisce, semplicemente si allontana da un Dio che permette tutto ciò. I dubbi, i tormenti che assalgono il suo cuore. Il sentirsi indifeso, forse anche tradito da quello che pensava il Bene assoluto.

 

“Ma perché, ma perché benedirlo? Tutte le mie fibre si rivoltavano. Per aver fatto bruciare migliaia di bambini nelle fosse? Per aver fatto funzionare sei crematori giorno e notte, anche di sabato e nei giorni di festa? Per aver creato nella sua grande potenza Auschwitz, Birkenau, Buna e tante altre fabbriche di morte?”

Parole di profondo dolore.

 

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È un libro che fa male questo, come sempre tutti quelli che parlano, che raccontano quella immensa follia. Tutti i racconti, i diari, le poesie di chi passò attraverso quell’orrore, spesso non sopravvivendovi, sono parole dolorose. Rabbia, odio, paura, follia. Tutto possiamo leggere in quelle pagine. Dobbiamo avere le forza di non dimenticare neppure una di quelle persone, di rendere il loro sacrificio un esempio per le nostre azioni, uno stimolo per capire, per agire. Perché ogni persona di qualsiasi razza, di qualsiasi credo, di qualsiasi colore è come noi, è uguale a noi. Siamo tutti simili di fronte alla vita. Ogni gesto, ogni pensiero, rivolto ad un’altra persona è come se fosse rivolto a noi.

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“Un giorno riuscii ad alzarmi, dopo aver raccolto tutte le mie forze. Volevo vedermi nello specchio che era appeso al muro di fronte: non mi ero più visto dal ghetto. Dal fondo dello specchio un cadavere mi contemplava. Il suo sguardo nei miei occhi non mi lascia più”. 

Elie Wiesel


“Ho fatto un sogno,
Un sogno così terribile;
Il mio popolo non c’era più!
Mi sveglio con un grido,
Ciò che avevo sognato è vero:
Era successo davvero
Era successo a me”
Yitzhak Katzenelson

La notte (Elie Wiesel)

0 thoughts on “La notte (Elie Wiesel)

  • 27 gennaio 2013 at 11:57
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    Oggi, domani e sempre conserveremo nella memoria certi orrori…

    Mai più…

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  • 27 gennaio 2013 at 12:51
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    Letture dure, forti, testimonianze capaci di turbarci profondamente, ma che vanno fatte per comprendere .. 

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  • 27 gennaio 2013 at 13:09
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    complimenti per questo bellissimo post…mi sono emozionata e davvero non ho parole percio’ che adde in quell’epoca,ma voglio e dobbiamo tutti non dimenticare…

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  • 27 gennaio 2013 at 13:19
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    é tutto così troppo triste. QUesto articolo fa rflettere, oggi e ogni giorno dovremmo riflettere. 

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  • 27 gennaio 2013 at 13:55
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    Senza parole…un tale inferno, una simile ferocia non potranno mai essere nè giustificati, nè spiegati, nè compresi a fondo :'(

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  • 27 gennaio 2013 at 15:29
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    grazie per aver dedicato un articolo così toccato a questa giornata. spero che nessuno mai dimenticherà di cosa è capace l’uomo.

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  • 27 gennaio 2013 at 22:14
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    Che bello questo post…ma quanta tristezza…lamusica è molto bella.

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  • 27 gennaio 2013 at 23:01
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    che tristezza

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  • 28 gennaio 2013 at 14:56
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    parlare per non dimanticare per evitare che scene così irrispetose per la razza umana non si debbano più vedere

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